23/06/2026
Ultimamente mi è capitato spesso di lavorare in cucina. Li ho un tavolo alto con una seduta non troppo comoda, ma che dà su una finestra sul verde.
Mi è capitato di alzare spesso la testa, per molto tempo, senza notare niente. Un giorno all’improvviso poi un albero a forma di cuore ha attirato la mia attenzione.
C’è sempre stato? E perché non l’ho mai visto? Sarà che ero troppo concentrata sullo specchio dietro di me. O forse è solo che non ero pronta ad accorgermi che fosse lì. Ma lui si.
Voleva dirmi qualcosa.
Qualcosa di familiare.
Un immagine, un ricordo, un messaggio, un vecchio schema.
Nonostante non riuscissi a intercettarlo io sapevo che riguardava me. Quindi ho insistito.
Era qualcosa che, forse, avrei dovuto riaprire per consentire a qualcos’altro di entrare.
Qualcosa a cui affidarmi e farmi guidare.
Un sentiero a me ignoto. Buio, tortuoso e pieno di cose che mi fanno paura.
Così, guardando quell’albero così luminoso, mi sono fidata. Ho lasciato che mi accompagnassero all’inizio del percorso convinta che alla fine ne sarebbe valsa la pena.
Non appena ho messo piede lì dentro, però, un ramo pieno di spine mi ha punto. Era un dolore che conoscevo bene. All’inizio mi ha bloccata ma non gli ho permesso di scoraggiarmi. Così sono andata avanti. Pochi passi e incerti ma pieni di speranza verso quella luce che dal fondo riuscivo a vedere.
A un certo punto poi mi sono sentita prendere la mano. Ho provato a capire di chi fosse ma il buio non me l’ha permesso. Era una mano calda, accogliente, grande abbastanza per contenere la mia. Così ho deciso di stringerla e lasciare che pian piano mi guidasse. Un po’ di passi li abbiamo fatti. Lunghi, lineari, senza fretta. Pian piano la luce si è fatta sempre più forte a tal punto da riuscire a scorgere cosa c’era fuori.
È lì che l’ho notato.
Dietro di me avevo i rovi, le paure, gli schemi sempre uguali, la rabbia e la solitudine. Davanti un albero grande, sano, dalle radici forti e dalle foglie di un verde luminoso anche quando fuori piove. A forma di cuore.
La fine del sentiero è ancora lontana e piena di cose che mi fanno paura. La routine è noiosa, a tratti demotivante, ma anche se non c’è più nessuno a guidarmi o accompagnarmi non posso tornare indietro.
Così, anche se la postazione in camera sarebbe più comoda, continuo a lavorare dalla cucina. E quando il respiro si fa corto e il petto pesante alzo la testa dal pc e li vedo.
Una luce abbagliante intorno a un albero a forma di cuore che mi ricordano che c’è sempre una via d’uscita se impariamo a guardare oltre il nostro naso.
