Uscendo da quella stanza ho pensato che alla fine non poteva essere così male provare a fare un passo verso quegli occhi. Così l’ho fatto, piccolo piccolo, pensando “fallo per te stessa”. Tutto si è rotto in mille pezzi come mi aspettavo.
Mi era già successo in passato. Che all’illusione che una persona potesse colmare quel vuoto, quella stessa persona rispondesse con una freddezza degna solo dei posti dov’è sempre inverno. Mi era successo di convincermi poi che forse la cosa migliore fosse non aprire più quelle porte a nessuno e che forse erano proprio loro il problema.
Ma stavolta è stato diverso. Il giorno dopo mi sono svegliata e, nonostante la pioggia, ho trovato tutte le porte aperte. La bambina non si era nascosta, non ho dovuto neanche cercarla. L’ho trovata fuori che stringeva forte l’adulta. Sono alleate oramai e io non potrei mai esserne più felice.
Avevo dei programmi per il weekend. Il giorno dopo sarei dovuta uscire con Paolo, quello dopo ancora con Francesco, quello dopo ancora con dei nuovi amici; ho annullato tutto. Sono rimasta nelle mie stanze e ci ho fatto una festa. A volte anche le persone di cui mi fido di più devono forzare la mano per entrare ma stavolta le ho invitate io.
Cosa si festeggia? Forse niente o forse tutto. A volte anche se i pezzi di ciò che si è rotto sono sparsi ovunque e non ti va di cercarli, vale la pena mettere la musica, cantare e ballarci sopra. Apprezzare i passi fatti e festeggiare i piccoli traguardi. Che non ci sia più così tanta polvere e che in quelle porte ci sia entrato qualcun altro che non sia io.
